domenica 23 giugno 2013

Sex and the City 2

Parlando di questo film, c’è chi ha detto “146 minuti di noia” e più di una persona ha definito le quattro protagoniste “vecchie patetiche”. A me Sex and the City 2 è piaciuto. Certo, il film che l’ha preceduto nel 2008 è stato più avvincente perché c’erano delle storie in sospeso e Carrie non era ancora riuscita a mettere la fede al dito di Mr. Big. Ora i problemi delle quattro amiche sono più ordinari e meno sensazionali: routine matrimoniale, maternità, lavoro, menopausa. C’è poco sesso e poca città ma l’atmosfera che si respira è quella di sempre. “Le quattro donne etero che si comportano da maschi gay” (a detta delle sorelle di Marge dei Simpson) sono ancora brillanti, affascinanti, ironiche e glamour. Vecchie patetiche? Per me la moda, il divertimento e l’amicizia non hanno età.

venerdì 21 giugno 2013

Gatsby, Gump e la speranza




Come Jay Gatsby, Forrest Gump ha un’eccezionale propensione alla speranza. Entrambi, inoltre, sono dei “diversi” all’interno della società: il primo a causa delle sue umili origini e il secondo per via del suo quoziente intellettivo inferiore alla media. Ma tutti e due si prodigano per conquistare il loro spazio nel mondo e ci riescono alla grande, perché mossi dall’amore per Daisy e Jenny, un amore unico e totalizzante che li porta a sperare, sempre. A sperare, però, in due modi diversi. Gatsby, fermo sul suo molo, stregato dalla luce verde, aspetta l’arrivo di Daisy che abita dall’altra parte della baia. Gump corre. Gatsby desidera replicare la parte bella del passato, i ricordi felici…e alla fine annega nel passato più miserabile. Gump corre e si lascia il passato alle spalle e poi chissà…sarà quel che vuole il destino o il caso o, forse, le due cose. 

 “Non lo so se mamma aveva ragione, o se ce l'ha il Tenente Dan... non lo so... se abbiamo ognuno il suo destino o se siamo tutti trasportati in giro per caso come da una brezza... ma io credo, può darsi le due cose, forse le due cose capitano allo stesso momento”.

mercoledì 12 giugno 2013

we are invincible

Ieri sera sono andata al concerto dei Fun. all’Ippodromo del Galoppo di Milano. Un bel concerto. C’era poca gente, eppure il cantante, Nate Ruess, visibilmente emozionato, non ha mai smesso di ringraziare l’esiguo pubblico – che, probabilmente ai suoi occhi, sembrava una folla immensa – per la presenza e il grande affetto. L’ho trovata una cosa carina, per nulla scontata.
Comunque, mentre la band suonava Carry On, nel momento del grandioso coro finale, ho pensato ai Queen del leggendario Live Aid di Wembley nel 1985 e alla loro We Are the Champions. Altri tempi quelli, tempi in cui non c’era tempo per i perdenti e si poteva essere, nel ricco Occidente, veramente invincibili dal punto di vista sociale ed economico. 


We Are the Champions era il grido di un trionfo. Il “We are invincible dei Fun. è il grido di una generazione che si è persa, ma non vuole morire senza aver lasciato traccia di sé. Una generazione precaria che vuol farsi sentire e credere in sé stessa, nonostante tutto. La mia generazione, quella nata negli anni Ottanta, quando il mondo occidentale cantava We Are the Champions...
Noi non saremo campioni, ma siamo stelle splendenti, siamo invincibili, siamo quelli che siamo. Insomma, esistiamo e speriamo e ci diamo da fare anche da disoccupati. Cari posteri, ecco la nostra voce:
Cause we are
We are shining stars
We are invincible
We are who we are
On our darkest day
When we're miles away
So we'll come
We will find our way home

venerdì 7 giugno 2013

...risospinti senza sosta nel passato?

Baz Luhrmann non mi ha deluso neanche questa volta. Adoro i suoi film romantici e ultra-pop e ho apprezzato Il Grande Gatsby al pari degli altri. Le tre cose che mi sono piaciute di più in quest’ultima pellicola del regista australiano sono la bravura degli attori, il personaggio di Nick Carraway e la storia.



Oltre ad avermi fatto battere il cuore come ai tempi di Titanic, Leonardo DiCaprio ha dimostrato ancora una volta il suo grande talento meritevole di Oscar, che purtroppo però non riesce mai a vincere. Anche Carey Mulligan è perfetta nel ruolo della volubile e ingrata Daisy Buchanan. La vicenda di Nick Carraway, interpretato dal bravo Tobey Maguire, ha avuto meno spazio qui  rispetto al romanzo, ma il personaggio si è comunque guadagnato l’importante e suggestiva cornice narrativa del film in cui lo vediamo guarire dalla depressione grazie alla scrittura che è la sua vocazione, il suo destino.
Per quanto riguarda la storia, mi è piaciuto molto come il regista l’ha raccontata, ma il più grande merito va ovviamente a chi, nei ruggenti Anni Venti, l’ha concepita: Francis Scott Fitzgerald. Una storia che conosco dai tempi dell’università, quando dovetti leggerla per un esame di letteratura inglese e ne rimasi subito affascinata. Dopo aver visto il film, ho ripreso in mano il libro. Quando leggo, sottolineo sempre le frasi che mi colpiscono di più, le più belle, curiose o significative per me. Ecco alcuni dei passaggi che sottolineai allora:


‘I’m Gatsby’, he said suddenly.


I am one of the few honest people that I have ever known.


‘…trying to forget something very sad that had happened to me long ago’.


‘We haven’t met for many years,’ said Daisy, her voice as matter-of-fact as it could ever be.
‘Five years next November’. The automatic quality of Gatsby’s answer set us all back at least another minute.


He wanted nothing less of Daisy than that she should go to Tom and say: ‘I never loved you’.


His heart beat faster and faster as Daisy’s white face came up to his own. He knew that when he kissed this girl, and forever wed his unutterable visions to her perishable breath, his mind would never romp again like the mind of God. So he waited, listening for a moment longer to the tuning-fork that had been struck upon a star. Then he kissed her. At his lips’ touch she blossomed for him like a flower and the incarnation was complete.


…there was no difference between men, in intelligence or race, so profound as the difference between the sick and the well.


His wife and his mistress, until an hour ago secure and inviolate, were slipping precipitately from his control. Instinct made him step on the accelerator with the double purpose of overtaking Daisy and leaving Wilson behind…


'She never loved you, do you hear?’ he cried. ‘She only married you because I was poor and she was tired of waiting for me. It was a terrible mistake, but in her heart she never loved any one except me!’


‘I did love him once – but I loved you too’.


‘No… I just remembered that today’s my birthday’. I was thirty. Before me stretched the portentous, menacing road of a new decade.


So we beat on, boats against the current, borne back ceaselessly into the past.


Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato. È proprio così? Ci sembra di andare avanti e invece siamo fermi al punto di partenza? In parte è vero. Io sono qui a scrivere su questo blog come nel lontano 2008 e con la testa ancora piena di sogni… Forse però qualcosa è cambiato, forse riusciamo comunque a fare qualche piccolo e impercettibile passo in avanti nonostante la corrente contraria della vita.

Nel prossimo post parlerò di un altro personaggio letterario e cinematografico che, come Jay Gatsby, ha “un’eccezionale propensione alla speranza”…